venerdì, dicembre 22, 2006

A tutti un indipendentista augurio di Buon Natale e felice anno nuovo dalle ragazze e dai ragazzi del M.U.P. Cattolica !


Bun Nadal e Bun Ann Növ (Lombardo Occidentale/Insubre, grafia riformata)Bon Natal e Bon Ann Noeuv (Lombardo Occidentale)Tace aügüri de Bù Nedàl, de buna fì e bù prensépe (Lombardo Orientale)Bån Nadèl e un bèl ân nôv! (Emiliano)Bon Natal e Bon Ann Neuv. (Piemontese)Bon Dinåt e bon åno qu'o vena (Monferrino)Bon Nadal e bon an nou! (Veneto)Bon Nadal e Bon Ano a tuti! (Trentino)Bon Nadâl; Bon Finiment e Bon Princîpi! (Friulano)Bon Denâ e Feliçe Anno Nêuvo (Ligure)Bon Noe e bona fin d'annada (Occitano)Joyeux Noel et Bonne Année (Francese)Merry Christmas and Happy New Year (Inglese)Frohe Weihnachten ein glückliches Neues Jahr (Tedesco)Feliz Navidad y Próspero Año Nuevo (Spagnolo)Eguberri On (Basco)Bon Nadal (Catalano)

Beirut, padre Samir sul viaggio del Papa in Anatolia: il suo pensiero rimane lo stesso di Regensburg.


Islam – Vaticano

Il papa in Turchia è lo stesso di Regensburg

di Samir Khalil Samir, sj

Nei suoi incontri in Turchia, Benedetto XVI ha rilanciato le idee di Regensburg, costruendo possibilità di incontro e dialogo fra occidente e oriente. È urgente condannare la violenza, salvando una laicità “aperta”, contro la tentazione della politica che emargina la religione e della religione che monopolizza la politica.

Beirut (AsiaNews) – L’entusiasmo con cui i turchi hanno salutato Benedetto XVI e i giudizi positivi dei media locali hanno colto tutti di sorpresa. Alla vigilia del viaggio in Turchia dominavano timori (del papa stesso, che si è detto “preoccupato”) e anche paure, legate alle minacce sanguinarie dell’al-Qaeda irakena. Ma soprattutto dominava un pregiudizio verso Benedetto XVI - “anti-turco”, “anti-islam”, “inquisitore”, “conservatore” – e una lettura parziale e ideologica del discorso di Regensburg, definita “la gaffe” , il “ruzzolone” del papato, che ha fatto rischiare la guerra fra l’Islam l’occidente, con quella frase di Manuele II Paleologo e quella “pretesa” di unire Religione e Ragione, escludendo la violenza e facendo intendere invece che Islam e violenza vanno troppo spesso insieme. Ma ora, i commenti più diffusi sono che “finalmente” Regensburg è dimenticata, cancellata, uccisa e che il papa in Turchia ha cambiato “politica”, anzi è diventato un astuto politico che sta attento più alle opportunità che alla verità.
In realtà, il messaggio del papa in Turchia è una continuazione di quello di Regensburg. Il messaggio essenziale di Regensburg era doppio. Anzitutto verso il mondo occidentale, per dire che la secolarizzazione non è una cosa positiva e non permette il dialogo universale. Al contrario, la Ragione permette il dialogo universale a condizione che essa non sia staccata dalla religiosità e dai principi morali. Questa era una critica all’occidente. Vi era anche una critica al mondo islamico, troppo tentato dalla violenza. Questa doppia critica aveva come scopo finale un’affermazione positiva: se vogliamo una pace universale e un dialogo globale, questi sono i due principali pericoli per l’occidente e l’oriente. Il papa sta dunque cercando di costruire un impianto filosofico-teologico in cui mettere al centro una razionalità, ma una razionalità aperta sulla dimensione trascendentale.
Nel viaggio in Turchia, Benedetto XVI ha concretizzato questa visione applicandola a una situazione concreta, ma il suo pensiero rimane lo stesso di Regensburg. Parlando ai musulmani, ha ricordato con discrezione la questione della violenza, ma evitando il fraintendimento avvenuto con le sue parole a Regensburg. Là i media hanno detto che il papa identificava Islam e violenza. In realtà egli puntava il dito su una realtà esistente e pericolosa, quella della violenza nel mondo islamico, senza stabilire un’equivalenza totale fra Islam e violenza. La prova di questo, lo sappiamo, sta nel fatto che il Papa a Regensburg ha citato un unico versetto del Corano, il più positivo, quello per cui nell’Islam, in materia di fede “non c’è costrizione”. Il papa ha suggerito quindi che per l’Islam autentico non si può usare per nulla né la violenza, né la pressione morale. E citando il tanto discusso testo di Manuele II Paleologo – le “novità dell’islam sono solo violenza e male” – egli ha preso le distanze da esso, anche se non ha detto che era falso. Era falso nella sua generalizzazione, ma non nell’avvertire di un pericolo. Il papa ha messo in chiaro che quella non è un’accusa all’Islam in genere, ma un rischio che esiste nell’Islam. E chi potrebbe negarlo?
Da questo punto di vista mi sembra assurdo quanto detto dal presidente degli affari religiosi in Turchia, Ali Bardakoglu. Egli ha detto che scientificamente è impossibile sostenere questa tesi, secondo cui l’Islam nella storia si è diffuso con la violenza. Il che è assurdo. Molti storici musulmani hanno scritto che la diffusione dell’Islam, soprattutto nella prima fase, in Medio Oriente e in Africa del Nord, è avvenuta attraverso la guerra. In altre parti, in Indonesia, Malaysia, India, ecc… è avvenuta invece attraverso il commercio e i sufi (mistici) Spesso l’Islam non ha obbligato la gente a divenire musulmana, ma ha attuato un sistema sociale e politico per cui, per influire su questa società e giocarci un ruolo politico dovevi diventare musulmano. Il sistema sociale previsto dall’islam – e già previsto in parte dal Corano – spinge i non musulmani a divenire musulmani se vogliono avere un ruolo nella società. Cosi’ facendo l’islam ha scremato le comunità cristiane, ridotte sempre di più a minoranze debole intellettualmente, socialmente e politicamente. In questo c’è costrizione, contrariamente a quello che dice il versetto coranico di cui sopra.
Proprio a Bardakoglu Benedetto XVI ha ricordato che la collaborazione fra cristiani e musulmani va fatta mettendo alla base “l’attenzione sulla verità del carattere sacro e della dignità della persona”, in un “rispetto per le scelte responsabili che ogni persona compie, specialmente quelle che attengono… alle personali convinzioni religiose”.
Il discorso verso l’occidente – affrontato nell’incontro del pontefice con il corpo diplomatico ad Ankara - è quello della laicità aperta allo spirituale. Questo tema – già presente a Regensburg - il papa lo ha ripreso applicandolo alla laicità del governo turco, domandando libertà religiosa e di coscienza. In teoria, l’occidente riconosce la libertà religiosa. Il punto è che la laicità occidentale arriva fino ad escludere tutto ciò che è religioso, mettendolo nel campo privato. La laicità della Turchia è una laicità islamica: chi non è nazionalista e islamico, è limitato in quanto attacca l’identità nazionale. Nella settimana scorsa 2 turchi, convertiti dall’Islam sono stati condannati in nome della legge sulla identità nazionale (art. 301 del codice penale). È la stessa accusa (e condanna) che si rivolge verso coloro che osano parlare e riconoscere il genocidio armeno. Questa laicità nazionalista è anch’essa irrazionale e va corretta per dare spazio alla libertà religiosa. Il papa ha insistito molto sulla libertà di coscienza. E ha fatto un appello al mondo islamico facendo l’elogio della laicità turca, che permette una distinzione fra stato e religione. Egli ha sottolineato questo aspetto, ricordando che le religioni devono stare fuori dalla politica, perché “a questo [alla politica diretta – ndr] non sono chiamate”.
Benedetto XVI tenta dunque di trovare una via media per tutta l’umanità per permettere il rapporto fra religione, spiritualità, ragione, laicità, stato. Trovandosi in un mondo musulmano, insiste sulla necessaria laicità, non nazionalistica e religiosa. Trovandosi in un mondo occidentale, insiste su una laicità “aperta” allo spirituale. Nei discorsi del Papa in Turchia esiste dunque una continuità con quanto detto a Regensburg, cercando una via di comunicazione fra politica e religione, contro il monopolio della religione sulla politica e contro il monopolio della politica che esclude la religione.

Iran: nonostante il silenzio della stampa occidentale universitari e Mujaheddin del Popolo sfidano corruzione e fanatismo.


Edizione 272 del 18-12-2006

L’opposizione al regime dei mullah alza la voce

Mujaheddin e studenti sfidano Teheran


Tira aria di rivolta in Iran. All’indomani della Conferenza sull’Olocausto indetta dal regime dei mullah per negare l’esistenza dello sterminio degli Ebrei e dunque delegittimare Israele, l’opposizione ha ricominciato a farsi sentire. Sono ormai lontani i tempi della rivolta studentesca del 1999, quando migliaia di studenti universitari scesero in piazza. Ma, evidentemente, le università sono ancora in ebollizione, tanto che, lo scorso settembre, Teheran ha creato un’apposita branca di polizia per controllare scuole e accademie iraniane. Lunedì scorso la contestazione studentesca del Politecnico Amir Kabir, a scena aperta, contro Ahmadinejad è stata la più esplicita e coraggiosa di una serie di proteste di studenti e professori. Quattro tra gli studenti che hanno partecipato alla contestazione sono scomparsi nel nulla e risultano tuttora dispersi. Ma da parte dei ribelli non sembra esserci alcuna intenzione di mollare. “Gli studenti iraniani hanno alzato la bandiera della lotta contro questo governo corrotto e liberticida e non intendono dar tregua alle forze della repressione, sperando che altri settori della società si uniscano in questa loro battaglia” – recita un comunicato del comitato studentesco Tahkim Vahdat, aggiungendo che: “Le grida degli studenti, quando si sono trovati faccia a faccia con il capo dell’esecutivo, volevano denunciare la gravità della repressione, l’incapacità di questo governo di gestire il Paese, la corruzione galoppante e la disastrosa situazione economica”. Intanto, anche all’estero, la resistenza anti-mullah festeggia una prima vittoria: la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha sbloccato i fondi dell’organizzazione Mujaheddin del Popolo, fondi congelati sin dal 2002, quando la formazione dissidente era stata inclusa nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. I Mujaheddin del Popolo, di ispirazione marxista, erano stati tra i protagonisti della rivoluzione del 1979, ma ben presto finirono nel mirino del nuovo governo islamista di Khomeini. Nel 1986, durante la guerra Iran-Iraq ricevettero protezioda Saddam Hussein. Le loro milizie, presenti in Iraq sino al 2003, sono state disarmate dall’esercito statunitense e confinate in un campo nei pressi di Baghdad. In Francia, 165 loro militanti furono arrestati nel giugno del 2003. È possibile che quest’ultima sentenza modifichi l’atteggiamento delle istituzioni europee nei confronti del gruppo dissidente. Ma quanto è solido il regime di Teheran? Gli analisti “realisti”, considerando che Teheran detiene tutte le risorse di violenza, mentre l’opposizione è disarmata o esiliata, ritengono che non vi siano chance per un cambio di regime. Ma ancor più realisti si dimostrano gli stessi mullah, che temono per la sopravvivenza del loro potere. Basti vedere l’incertezza con cui le massime autorità religiose hanno affrontato le elezioni dello scorso venerdì, temendo sin da subito un vuoto alle urne. L’ayatollah Khamenei è ricorso alla supplica per invitare gli elettori a uscire di casa, definendo le elezioni come un modo “per dimostrare al mondo la volontà degli Iraniani di proseguire sulla strada di Allah”. Non sono atteggiamenti tipici di un regime troppo sicuro di se stesso.

L'asse Mosca-Berlino e il futuro dell'Europa dei Popoli.


Germania-Russia - Il gasdotto baltico, pipeline della discordia


QuadrantEuropa 16/09/2005

Schroeder e Putin siglano un accordo per la costruzione di una pipeline che rifornirà Berlino del gas naturale siberiano. Varsavia insorge: l'intesa russo-tedesca taglia fuori l'Europa centro-orientale e comporta notevoli problemi di approvvigionamento

Le cifre annoiano, ma in questo caso vale la pena citarle, vista l’imponenza. Oltre 1200 chilometri di condutture, 20 miliardi di metri cubi di gas ‘pompati’ ogni anno, con la possibilità di innalzare il già consistente volume fino a 55 miliardi. Costo dell’operazione: quattro miliardi e 600mila euro. Sono questi i numeri del cosiddetto gasdotto del Baltico, che rifornirà la Germania di gas naturale siberiano a partire dal 2010, anno in cui è prevista la conclusione dei lavori del mastodontico progetto, finanziato al 51 per cento da Gazprom, il colosso russo del gas e per un 25 per cento da una cordata tedesca formata da Eon e da Wintershall, costola del gigante della chimica Basf.

Grandi vantaggi, costi azzerati

L’accordo, siglato giovedì a Berlino dal cancelliere Gerhard Schroeder e dal presidente russo Vladimir Putin, ha l’aspetto di una immensa torta che Berlino e Mosca avranno il piacere di spartire senza condividerla con altri invitati. Schroeder e Putin si leccano i baffi, consapevoli di aver incassato un notevole successo politico, la cui chiave sta nel tracciato del gasdotto. La pipeline porterà il gas siberiano fino allo scalo marittimo tedesco di Greifswald, sfruttando le acque internazionali del Baltico. Il trasporto avverrà di fatto gratis, perché la materia prima non sarà soggetta alle tariffe di transito che i Paesi extraeuropei che separano la Russia dall’Ue (Ucraina e Bielorussia) applicano per il passaggio dei gasdotti sul proprio territorio.
Le pipeline – Broterhood, Nothern Lights, Yamal e Amber – attualmente utilizzate per approvvigionare l’Europa della preziosa materia prima, di cui la Russia è il principale produttore mondiale, attraversano tutte l’Ucraina e la Bielorussia e passando per la Polonia e la Slovacchia ‘sfociano’ in Europa. I gasdotti terrestri costituiscono una importante rendita per Minsk e Kiev, che con le tariffe di transito danno un po’ di respiro alle loro prostrate economie e rappresentato per l’Est europeo una fonte di approvvigionamento vitale.

L'est ci rimette

A livello energetico, i Paesi di nuovo ingresso dell’Ue sono fortemente vincolati all’export russo (73 per cento il tasso di dipendenza) e per le capitali dell’Est il gasdotto baltico è un duro colpo, perché esclude loro la possibilità di attingere da una fonte di ricchezza inestimabile. Con un pompaggio di 55 miliardi di metri cubi l’anno, la pipeline russo-tedesca, infatti, sarà capace di raddoppiare la quantità di gas che attualmente giunge nell’Ue dalla Russia, che contribuisce, secondo le stime dell’Istituto Osw di Varsavia, a colmare per un buon 23 per cento delle importazioni europee di gas, cresciute del sei per cento dopo l’allargamento. Logico dedurre che i Paesi dell’Est, grandi divoratori di gas, siano piuttosto irritati dal progetto congiunto Mosca-Berlino che taglia loro fuori da un importante mercato.

Kwasnieski: un'iniziativa antieuropea

Tra questi, chi ha fatto la voce più grossa è la Polonia, le cui aspirazioni a rivestire lo status di potenza regionale necessitano di essere alimentate non solo da una ambiziosa politica estera, ma anche da un’adeguata fornitura energetica. Fornitura che con il gasdotto del Baltico verrebbe in parte a mancare. E’ per questo che a poche ore dalla firma dell’accordo tra Schroeder e Putin, il presidente polacco Aleksander Kwasniewski ha alzato la voce, accusando la Germania di porsi al di fuori della logica comune europea. «Non è buona cosa che un importante Paese dell’Ue – quale è la Germania – conduca una simile politica, scavalcando noi e l’Unione Europea. Il gasdotto è essenzialmente un accordo russo-tedesco e si pone fuori dal concetto comune di Europa», ha affermato stizzito il capo di Stato polacco.

La Gazeta Wyborcza, influente giornale polacco fondato dall’ex dissidente Adam Michnik, si è invece soffermata sull’aspetto economico del progetto, la cui realizzazione impone a Gazprom e alle società tedesche uno sforzo di dimensioni notevoli. «Pochi in Russia dubitano che la pipeline sottomarina sia meno costosa dei progetti terrestri», ha scritto la Gazeta Wyborcza riferendosi al progetto Amber, che prevedeva il trasporto del gas russo da Murmansk, porto della regione di San Pietroburgo alla Polonia, passando per le repubbliche Baltiche. L’uso del passato è d’obbligo, visto che ormai il piano è stato accantonato da Gazprom.

Gazprom punta sulla diversificazione delle strategie energetiche
Stando a quanto riferito dai suoi dirigenti, la società ha deciso di puntare sulla «diversificazione» delle strategie e sulla costruzione di pipeline alternative. Si parla addirittura di gasdotti in grado di ‘smistare’ la materia prima negli Stati Uniti e in Cina, in quest’ultimo caso con una pipeline che metterà in collegamento i giacimenti della regione del lago Bajkal con il territorio cinese. La questione della «diversificazione», però, regge fino a un certo punto. Gazprom è una società controllata dallo Stato, quindi dal Cremlino. E a giudicare dai recenti sviluppi diplomatici sul fronte caldo delle ex repubbliche sovietiche, le nuove strategie delineate dal colosso russo del gas danno l’impressione di riflettere l’irritazione di Putin nei confronti di Ucraina e Polonia, la prima autrice di un affronto – la rivoluzione arancione del dicembre scorso – che Mosca non ha ancora metabolizzato, la seconda colpevole di ingerenze nella zona di influenza russa.

Dissapori russo-polacchi

Dopo l’appoggio incondizionato alle rivoluzione colorate in Georgia, Kyrghizistan e Ucraina, i rapporti tra Mosca e Varsavia si sono ulteriormente incrinati e la tensione diplomatica tra le due capitali si è arricchita di frasi pesanti, quasi da guerra fredda. Il New York Times ha riportato di recente che il ministro degli Esteri polacco, Adam Rotfeld, è giunto a dire che «se la Russia cerca un nemico, l’ha trovato qui in Polonia». Il cambio di rotta sul piano energetico registrato a Mosca rientra quindi in una questione più complessa e articolata. Sembra quasi che Putin voglia punire chi con rivoluzioni indolori si è collocato al di fuori della tradizionale zona di influenza russa. Un bersaglio scontato è in questo senso la Georgia, dove nel 2003 Mikhail Saakashvili si insediò alla presidenza a furor di popolo, spodestando il ‘dinosauro’ Eduard Shevarnadze, ex ministro degli Esteri di Gorbaciov. Nei giorni scorsi Gazprom ha aggiornato la bolletta energetica di Tbilisi, annunciando alle autorità georgiane, secondo quanto riferito dall’agenzia russa Ria Novosti, che dal primo gennaio 2006 il costo di mille metri cubi di gas si adeguerà alle tariffe di mercato e salirà a 110 dollari, quasi il doppio degli attuali 60 verdoni, un prezzo di favore che Mosca non intende più applicare.

Anche in Ucraina il contatore è destinato a essere riaggiornato a meno che Viktor Yushchenko, dopo aver eliminato la ‘zavorra’ anti-russa rappresentata dall’ex premier Julia Tymoshenko, non si mostri più accondiscendente verso Mosca, che come sottolineato da Putin durante la sua visita a Berlino «ha il diritto a perseguire i propri interessi». Lo stesso diritto di cui sembra avvalersi la Germania. Con i costi del petrolio alle stelle e in piena crisi economica, l’ormai ex locomotiva europea ha badato bene a portare a casa un accordo che, come ha sottolineato Schroeder nell’ultimo dibattito al Reichstag, «assicura alla Germania l'indipendenza energetica».
Oltre a questo, c’è da notare come il cancelliere, tutt’altro che spacciato in vista delle elezioni del prossimo 18 settembre, stia cercando di giovare la carta energetica per spostare voti a sinistra e tentare, come nel 2002, la rimonta all’ultimo secondo. La leader della Cdu Angela Merkel e avversaria di Schroeder nella corsa al cancellierato ha criticato aspramente la politica filo-russa del governo rosso-verde e assicurato ai Paesi dell’Est che nel caso in cui si insediasse al governo una coalizione giallo-nera (Cdu/Csu e Liberali), Berlino, prima di prendere qualsiasi decisione, terrà conto degli interessi di Polonia e Ucraina. Recentemente, però, come sottolineato dall’Herald Tribune, i consiglieri di politica estera di Angela Merkel – su tutti Wolfang Shauble – hanno ammesso che anche un eventuale governo conservatore sarà costretto a perseguirà nei confronti della Russia «una politica di continuità». La sete di energia del prostrato Stato tedesco impone infatti di tollerare la ‘muscolare’ politica energetica di Mosca. Nessuna inversione di marcia, quindi, sul gasdotto del Baltico. Varsavia e Kiev non potranno avvalersi di quella che ritenevano una preziosa ancora di salvataggio.

CECCHETTI (M.U.P.): “GOVERNO RAZZISTA E PINOCCHIO”


Gruppo Consiliare della Regione Lombardia
LEGA LOMBARDA – LEGA NORD – PADANIA

COMUNICATO STAMPA


FINANZIARIA – TAGLI UNIVERSITA’
CECCHETTI (LEGA NORD): "GOVERNO RAZZISTA E PINOCCHIO"
"CONTESTAZIONI E PRESIDI IN TUTTO IL NORD"


In merito ai tagli previsti in Finanziaria riguardanti le Università, è intervenuto il consigliere regionale lombardo e Coordinatore federale del M.U.P. (movimento universitario padano), Fabrizio Cecchetti. "I tagli previsti dal Governo Prodi mettono le Università in una condizione drammatica, come hanno ammesso gli stessi Rettori, anche quelli schierati da sempre con il centrosinistra, che hanno espressamente parlato di "baratro" e di "errore madornale". Se anche il governo dovesse fare marcia indietro sui fondi per la ricerca, resterebbero sempre 200 milioni di tagli alle cosiddette "spese intermedie" o consumi, che sono quelle che garantiscono il buon finanziamento degli atenei. Il programma dell’Unione indicava l’istruzione quale fattore più importante di crescita, ma si trattava di "promesse da marinaio": con questi tagli si prende la direzione opposta ed è facile prevedere una diminuzione consistente dell’offerta formativa e del livello qualitativo dei nostri Atenei. Le Università più penalizzate saranno quelle del Nord, in particolar modo in Lombardia, dove si concentrano il maggior numero di atenei. Un ulteriore segno di razzismo da parte di Roma nei confronti dei giovani e degli studenti del Nord."
"Ora basta, alle promesse di Mussi può credere solo la Montalcini: in tutti le Università del Nord, a partire da oggi a Brescia, si svolgeranno presidi e contestazioni da parte del Movimento Universitario Padano e della Lega Nord."

UFFICIO STAMPA
Cesare Gariboldi
Milano, 13 novembre 2006

Quell' Europa neo-marcioniana e anti-identitaria che si è già arresa alla dhimmītudine.


Europa provincia dell’islam? Il pericolo si chiama dhimmitudine


Il filoislamismo del Vecchio Continente viene da lontano. Dalla particolare protezione applicata dai musulmani conquistatori ai “dhimmi” cristiani ed ebrei

di Sandro Magister ,

ROMA – Nel suo scritto sulla guerra in Iraq intitolato “La rabbia, l’orgoglio, e il dubbio” – pubblicato negli Stati Uniti e in Italia su “The Wall Street Journal” del 13 marzo e sul “Corriere della Sera” del giorno successivo – Oriana Fallaci sostiene una tesi che fa scandalo: «L’Europa non è più l’Europa. È diventata una provincia dell’islam come la Spagna e il Portogallo ai tempi dei Mori. Ospita sedici milioni di immigrati musulmani [...]. Rigurgita di mullah, di ayatollah, di imam, di moschee, di turbanti, di barbe, di burqa, di chador, e guai a protestare. Nasconde migliaia di terroristi che i governi non riescono né a controllare né a identificare.

Ergo la gente ha paura e sventolando la bandiera del pacifismo, pacifismo-uguale-antiamericanismo, si sente protetta».Ma questa tesi non è nuova né isolata. È proposta pari pari da Enzo Bettiza, giornalista e saggista di rilievo, esperto in politica internazionale, in un capitolo del suo ultimo libro: “Viaggio nell’ignoto. Il mondo dopo l’11 settembre”, edito da Mondadori nell’ottobre del 2002.E soprattutto ha a suo sostegno gli studi di una storica dell’islam di riconosciuto valore: nome di penna Bat Ye’or, nata in Egitto, cittadina britannica, residente in Svizzera.In una serie di saggi pubblicati in Francia e negli Stati Unit, Bat Ye’or ha ricostruito in termini nuovi rispetto agli schemi correnti la teoria e la pratica – dalle origini a oggi – della jihad islamica, o guerra santa, e soprattutto della “dhimmitudine”: la condizione assegnata ai cristiani e agli ebrei dalla dottrina musulmana.La parola araba “dhimmi” si traduce “protetti”. Ed è quello che sostiene Oriana Fallaci: i cristiani d’Europa, col loro filoislamismo, cercano protezione. Anzi, vivono come già sentendosi dhimmi.

Enzo Bettiza aggiunge che questo sentimento di dhimmitudine è una trappola ideata dalle moderne élite islamiste per la conquista dell’Europa e del mondo. Una trappola che già funziona: molti europei, «volenti o nolenti, consapevoli o meno, già collaborano da tempo alla propria metamorfosi in dhimmi».Bettiza cita un saggio pubblicato nel 2002 da Bat Ye’or sulla rivista di Parigi “Commentaire”, fondata da discepoli di Raymond Aron. Il saggio ha per titolo: “Ebrei e cristiani sotto l’Islam. Dhimmitudine e marcionismo”. In esso, l’autrice mostra come tredici secoli di protezione/sottomissione esercitata dai musulmani sulle popolazioni infedeli hanno lasciato una traccia profonda anche nel modo con cui l’Europa di oggi si rapporta all’islam.

Tra i «servigi» di questa «dhimmitudine occulta» dell’Europa c’è il lassismo nei confronti dell’immigrazione musulmana. C’è la tolleranza dei separatismi culturali sul proprio territorio. C’è la concessione di aiuti finanziari a governi ferocemente ostili all’Occidente. C’è il discredito dello Stato d’Israele. C’è la comprensione per il terrorismo palestinese e islamista. C’è lo scudo umano offerto dai frati francescani ai guerriglieri arabi rifugiati nella basilica di Betlemme. C’è il silenzio su secoli di jihad islamica rimpiazzato dall’autoflagellazione per le crociate: «il male viene attribuito a ebrei e cristiani per non urtare la suscettibilità del mondo musulmano, che rifiuta ogni critica al suo passato di conquiste».Insomma: «L’antico universo della dhimmitudine, con la sottomissione e il servilismo come pegni di sopravvivenza, è stato ricostituito nell’Europa contemporanea».In più, Bat Ye’or mostra che c’è anche una dhimmitudine teologica all’origine del filoislamismo di molti cristiani che vivono in paesi arabi.

Una dhimmitudine che ridà vita alla dottrina di Marcione: un eretico del secondo secolo che, per dare il massimo riconoscimento al Dio amorevole del Vangelo, negò ogni valore alla Bibbia ebraica, ritenuta espressione di un Dio ingiusto e crudele.

Oggi, questo marcionismo rivive tra i cristiani d’Oriente nella visione di un Gesù arabopalestinese e antiebraico, in tendenziale concordanza con la visione islamica della storia.Bettiza non accetta le conclusioni di Bat Ye’or su un’Europa già in piena «sindrome dhimmi». Ma ritiene questa deriva un reale pericolo.Mentre Oriana Fallaci la denuncia come già avvenuta. Vero o no questo giudizio, resta il fatto che l’attuale conflitto tra Europa e America sulla guerra all’Iraq nasce anche da un’esperienza di dhimmitudine che solo il Vecchio Continente ha provato. Mimetismo filoislamico come protezione.

Islam:«Europa provincia dell’islam? Il pericolo si chiama dhimmitudine», di Sandro Magister, L'Espresso, 17.03.2003

Relazione M.U.P. alla Commissione Cultura della Camera dei Deputati II


Relazione MUP alla Commissione Cultura della Camera dei Deputati II
Vittorio De Battisti, Movimento Universitario Padano

CAMERA DEI DEPUTATI, rOMA13 DICEMBRE 2006

AUDIZIONE INFORMALE DELLA VII COMMISSIONE CULTURA SCIENZA ED ISTRUZIONE

INTERVENTO DEL MOVIMENTO UNIVERSITARIO PADANO

SIGNOR PRESIDENTE, SIGNORI COMMISSARI, Relativamente agli schemi di decreto ministeriale recanti la disciplina delle classi dei corsi di laurea magistrale e di laurea triennale si sottolinea quanto segue:Si ritiene essenziale promuovere con adeguate disposizioni l’attivazione di attività di approfondimento pratico convenzionate (di seguito definite tirocini) che permettano agli studenti l’approfondimento delle tematiche contenute negli obbiettivi formativi qualificanti delle classi di laurea, definite secondo le modalità previste dal DM 270/2004. Modalità di svolgimento:a) Le università stabiliscono le modalità di attivazione delle convenzioni con enti, istituzioni, studi professionali, industrie…) b) Le università, determinano nei loro regolamenti, i requisiti delle convenzioni, le modalità di svolgimento, definendo le tipologie in cui attribuire i CFU, le propedeuticità, gli obblighi di frequenza ed eventuali verifiche di profitto finali; c) I CFU complessivi relativi ai tirocini potranno essere ottenuti anche svolgendo più di un tirocinio ferma restando la necessità di rispettare il monte ore necessario al conseguimento dei CFU ed in generale tutti i requisiti contenuti nei regolamenti universitari. d) I tirocini avranno la durata minima obbligatoria di 250 ore, pari a 10 CFU; e) Le università possono permettere, secondo i loro regolamenti, la prosecuzione dei tirocini fino ad un massimo di 30 CFU. f) E’ possibile attivare i tirocini anche in ambito internazionale fermi restando i requisiti contenuti nei punti a; b; c; d; e;Per quanto riguarda il trasferimento degli studenti da un corso di laurea ad un altro, ovvero il trasferimento da una sede universitaria a d un'altra, (art. 3 comma 8), quando questo avviene in corsi di laurea appartenenti alla stessa classe, si ritiene che il trasferimento dei CFU ottenuti sostenendo gli esami delle tipologie di base e caratterizzanti vada garantito nella misura minima del 75% per i trasferimenti da un corso di laurea ad un altro che avvengono all’interno della stessa università; sarà invece garantito il riconoscimento di almeno il 50% dei CFU ottenuti nel caso il trasferimento interessi due università distinte.Relativamente all’art. 5 commi 1; 2 si ritiene necessario definire in modo preciso la durata complessiva delle ore dedicate alla didattica frontale in relazione alle ore dedicate allo studio individuale; In particolare le ore dedicate alla didattica frontale non saranno inferiori al 50% dell’ammontare complessivo delle 25 ore utili al conseguimento di 1 CFU.

P. IL COORDINAMENTO FEDERALEMOVIMENTO UNIVERSITARIO PADANOVittorio De Battisti