
Germania-Russia - Il gasdotto baltico, pipeline della discordia
QuadrantEuropa 16/09/2005
Schroeder e Putin siglano un accordo per la costruzione di una pipeline che rifornirà Berlino del gas naturale siberiano. Varsavia insorge: l'intesa russo-tedesca taglia fuori l'Europa centro-orientale e comporta notevoli problemi di approvvigionamento
Le cifre annoiano, ma in questo caso vale la pena citarle, vista l’imponenza. Oltre 1200 chilometri di condutture, 20 miliardi di metri cubi di gas ‘pompati’ ogni anno, con la possibilità di innalzare il già consistente volume fino a 55 miliardi. Costo dell’operazione: quattro miliardi e 600mila euro. Sono questi i numeri del cosiddetto gasdotto del Baltico, che rifornirà la Germania di gas naturale siberiano a partire dal 2010, anno in cui è prevista la conclusione dei lavori del mastodontico progetto, finanziato al 51 per cento da Gazprom, il colosso russo del gas e per un 25 per cento da una cordata tedesca formata da Eon e da Wintershall, costola del gigante della chimica Basf.
Grandi vantaggi, costi azzerati
L’accordo, siglato giovedì a Berlino dal cancelliere Gerhard Schroeder e dal presidente russo Vladimir Putin, ha l’aspetto di una immensa torta che Berlino e Mosca avranno il piacere di spartire senza condividerla con altri invitati. Schroeder e Putin si leccano i baffi, consapevoli di aver incassato un notevole successo politico, la cui chiave sta nel tracciato del gasdotto. La pipeline porterà il gas siberiano fino allo scalo marittimo tedesco di Greifswald, sfruttando le acque internazionali del Baltico. Il trasporto avverrà di fatto gratis, perché la materia prima non sarà soggetta alle tariffe di transito che i Paesi extraeuropei che separano la Russia dall’Ue (Ucraina e Bielorussia) applicano per il passaggio dei gasdotti sul proprio territorio.
Le pipeline – Broterhood, Nothern Lights, Yamal e Amber – attualmente utilizzate per approvvigionare l’Europa della preziosa materia prima, di cui la Russia è il principale produttore mondiale, attraversano tutte l’Ucraina e la Bielorussia e passando per la Polonia e la Slovacchia ‘sfociano’ in Europa. I gasdotti terrestri costituiscono una importante rendita per Minsk e Kiev, che con le tariffe di transito danno un po’ di respiro alle loro prostrate economie e rappresentato per l’Est europeo una fonte di approvvigionamento vitale.
L'est ci rimette
A livello energetico, i Paesi di nuovo ingresso dell’Ue sono fortemente vincolati all’export russo (73 per cento il tasso di dipendenza) e per le capitali dell’Est il gasdotto baltico è un duro colpo, perché esclude loro la possibilità di attingere da una fonte di ricchezza inestimabile. Con un pompaggio di 55 miliardi di metri cubi l’anno, la pipeline russo-tedesca, infatti, sarà capace di raddoppiare la quantità di gas che attualmente giunge nell’Ue dalla Russia, che contribuisce, secondo le stime dell’Istituto Osw di Varsavia, a colmare per un buon 23 per cento delle importazioni europee di gas, cresciute del sei per cento dopo l’allargamento. Logico dedurre che i Paesi dell’Est, grandi divoratori di gas, siano piuttosto irritati dal progetto congiunto Mosca-Berlino che taglia loro fuori da un importante mercato.
Kwasnieski: un'iniziativa antieuropea
Tra questi, chi ha fatto la voce più grossa è la Polonia, le cui aspirazioni a rivestire lo status di potenza regionale necessitano di essere alimentate non solo da una ambiziosa politica estera, ma anche da un’adeguata fornitura energetica. Fornitura che con il gasdotto del Baltico verrebbe in parte a mancare. E’ per questo che a poche ore dalla firma dell’accordo tra Schroeder e Putin, il presidente polacco Aleksander Kwasniewski ha alzato la voce, accusando la Germania di porsi al di fuori della logica comune europea. «Non è buona cosa che un importante Paese dell’Ue – quale è la Germania – conduca una simile politica, scavalcando noi e l’Unione Europea. Il gasdotto è essenzialmente un accordo russo-tedesco e si pone fuori dal concetto comune di Europa», ha affermato stizzito il capo di Stato polacco.
La Gazeta Wyborcza, influente giornale polacco fondato dall’ex dissidente Adam Michnik, si è invece soffermata sull’aspetto economico del progetto, la cui realizzazione impone a Gazprom e alle società tedesche uno sforzo di dimensioni notevoli. «Pochi in Russia dubitano che la pipeline sottomarina sia meno costosa dei progetti terrestri», ha scritto la Gazeta Wyborcza riferendosi al progetto Amber, che prevedeva il trasporto del gas russo da Murmansk, porto della regione di San Pietroburgo alla Polonia, passando per le repubbliche Baltiche. L’uso del passato è d’obbligo, visto che ormai il piano è stato accantonato da Gazprom.
Gazprom punta sulla diversificazione delle strategie energetiche
Stando a quanto riferito dai suoi dirigenti, la società ha deciso di puntare sulla «diversificazione» delle strategie e sulla costruzione di pipeline alternative. Si parla addirittura di gasdotti in grado di ‘smistare’ la materia prima negli Stati Uniti e in Cina, in quest’ultimo caso con una pipeline che metterà in collegamento i giacimenti della regione del lago Bajkal con il territorio cinese. La questione della «diversificazione», però, regge fino a un certo punto. Gazprom è una società controllata dallo Stato, quindi dal Cremlino. E a giudicare dai recenti sviluppi diplomatici sul fronte caldo delle ex repubbliche sovietiche, le nuove strategie delineate dal colosso russo del gas danno l’impressione di riflettere l’irritazione di Putin nei confronti di Ucraina e Polonia, la prima autrice di un affronto – la rivoluzione arancione del dicembre scorso – che Mosca non ha ancora metabolizzato, la seconda colpevole di ingerenze nella zona di influenza russa.
Dissapori russo-polacchi
Dopo l’appoggio incondizionato alle rivoluzione colorate in Georgia, Kyrghizistan e Ucraina, i rapporti tra Mosca e Varsavia si sono ulteriormente incrinati e la tensione diplomatica tra le due capitali si è arricchita di frasi pesanti, quasi da guerra fredda. Il New York Times ha riportato di recente che il ministro degli Esteri polacco, Adam Rotfeld, è giunto a dire che «se la Russia cerca un nemico, l’ha trovato qui in Polonia». Il cambio di rotta sul piano energetico registrato a Mosca rientra quindi in una questione più complessa e articolata. Sembra quasi che Putin voglia punire chi con rivoluzioni indolori si è collocato al di fuori della tradizionale zona di influenza russa. Un bersaglio scontato è in questo senso la Georgia, dove nel 2003 Mikhail Saakashvili si insediò alla presidenza a furor di popolo, spodestando il ‘dinosauro’ Eduard Shevarnadze, ex ministro degli Esteri di Gorbaciov. Nei giorni scorsi Gazprom ha aggiornato la bolletta energetica di Tbilisi, annunciando alle autorità georgiane, secondo quanto riferito dall’agenzia russa Ria Novosti, che dal primo gennaio 2006 il costo di mille metri cubi di gas si adeguerà alle tariffe di mercato e salirà a 110 dollari, quasi il doppio degli attuali 60 verdoni, un prezzo di favore che Mosca non intende più applicare.
Anche in Ucraina il contatore è destinato a essere riaggiornato a meno che Viktor Yushchenko, dopo aver eliminato la ‘zavorra’ anti-russa rappresentata dall’ex premier Julia Tymoshenko, non si mostri più accondiscendente verso Mosca, che come sottolineato da Putin durante la sua visita a Berlino «ha il diritto a perseguire i propri interessi». Lo stesso diritto di cui sembra avvalersi la Germania. Con i costi del petrolio alle stelle e in piena crisi economica, l’ormai ex locomotiva europea ha badato bene a portare a casa un accordo che, come ha sottolineato Schroeder nell’ultimo dibattito al Reichstag, «assicura alla Germania l'indipendenza energetica».
Oltre a questo, c’è da notare come il cancelliere, tutt’altro che spacciato in vista delle elezioni del prossimo 18 settembre, stia cercando di giovare la carta energetica per spostare voti a sinistra e tentare, come nel 2002, la rimonta all’ultimo secondo. La leader della Cdu Angela Merkel e avversaria di Schroeder nella corsa al cancellierato ha criticato aspramente la politica filo-russa del governo rosso-verde e assicurato ai Paesi dell’Est che nel caso in cui si insediasse al governo una coalizione giallo-nera (Cdu/Csu e Liberali), Berlino, prima di prendere qualsiasi decisione, terrà conto degli interessi di Polonia e Ucraina. Recentemente, però, come sottolineato dall’Herald Tribune, i consiglieri di politica estera di Angela Merkel – su tutti Wolfang Shauble – hanno ammesso che anche un eventuale governo conservatore sarà costretto a perseguirà nei confronti della Russia «una politica di continuità». La sete di energia del prostrato Stato tedesco impone infatti di tollerare la ‘muscolare’ politica energetica di Mosca. Nessuna inversione di marcia, quindi, sul gasdotto del Baltico. Varsavia e Kiev non potranno avvalersi di quella che ritenevano una preziosa ancora di salvataggio.